Vorrei suggerire un libro per le vacanze, magari da leggere sotto l’ombrellone, con la mente sgombra da pregiudizi e passioni politiche. È “Siamo stati iscritti al PCI”, di Chicco Testa e Claudio Velardi (Liberilibri), due prestigiosi dirigenti che hanno vissuto dall’interno una delle più importanti esperienze politiche del Novecento italiano.
Il libro ha un pregio di grande interesse: affronta il passato senza nostalgia e senza rancore. In un Paese dove la memoria scivola spesso nella celebrazione o nella demonizzazione, Testa e Velardi scelgono, invece, la strada più difficile: quella della pacata riflessione critica.
Il libro assume la forma di uno scambio epistolare, attraversato da ironia, cultura e disincanto. Le loro “confessioni” si inseriscono nella tradizione della memorialistica politica italiana, ma se ne distinguono per un tratto essenziale: non cercano assoluzioni né regolamenti di conti, ma si sforzano di capire.
Gli autori richiamano opportunamente una celebre frase attribuita al noto compositore austriaco Gustav Mahler: ”La tradizione non consiste nell’adorare le ceneri, ma nel custodire il fuoco“. È probabilmente la chiave di lettura più efficace anche per comprendere l’eredità del PCI.
Il fuoco era rappresentato dall’impegno civile, dalla partecipazione popolare, dalla formazione politica e dal rigore di una classe dirigente che studiava, si preparava e considerava la politica anche come esercizio culturale. Le ceneri erano, invece, le illusioni ideologiche, le fedeltà geopolitiche e la convinzione che la Storia avesse già indicato una direzione inevitabile: quella del comunismo, naturalmente.
Riconoscere, nel suo percorso, i meriti storici del PCI nella costruzione della democrazia repubblicana è doveroso. Più difficile, invece, sembra essere il confronto con una domanda controfattuale tanto semplice quanto decisiva, anche se raramente viene affrontata fino in fondo: che cosa sarebbe accaduto se, nel secondo dopoguerra, avessero prevalso le scelte strategiche che il PCI contrastò con tanta determinazione, con imponenti manifestazioni di piazza e incessanti battaglie parlamentari? L’opposizione al Piano Marshall, il rifiuto della NATO e della CEE, le riserve verso il processo di integrazione europea e, più in generale, la decisa diffidenza nei confronti della collocazione occidentale dell’Italia non erano episodi isolati, ma l’espressione coerente di una diversa visione del mondo, che guardava all’Unione Sovietica come principale punto di riferimento.

È vero che negli anni successivi il PCI sviluppò forme originali di autonomia da Mosca fino all’eurocomunismo di Berlinguer, che però fu una strada che non venne mai percorsa. Ma resta il fatto che, nei passaggi decisivi della guerra fredda, il PCI si collocò quasi sempre in un convinto contrasto con quell’assetto politico e militare occidentale che poi avrebbe garantito all’Italia e all’Europa occidentale libertà, sviluppo economico e stabilità democratica.
La Storia non si scrive con i “se”, ma talvolta proprio i “se” aiutano a comprenderla. Se quelle scelte avessero prevalso, è molto difficile immaginare un’Italia più libera o più prospera. È assai più plausibile pensare a un progressivo allontanamento dall’Occidente e a una crescente dipendenza dalla sfera d’influenza sovietica simile a quella che gravava sui paesi dell’Est. Il crollo dell’URSS, l’apertura degli archivi e il lavoro degli storici hanno definitivamente mostrato che il sistema sovietico non costituiva un’alternativa più giusta o preferibile al modello occidentale, ma un regime incapace di garantire libertà politiche, diritti civili e sviluppo economico.
Per questo colpisce il coraggio di quanti hanno saputo riconoscere i propri errori. Tra essi occupa un posto particolare Lucio Colletti, uno dei maggiori filosofi italiani del Novecento, che ebbi il privilegio di conoscere durante la comune esperienza parlamentare.
In quegli anni sedevamo negli stessi banchi della Camera e mi capitò molto spesso di ascoltare le sue riflessioni sul lungo percorso che lo aveva condotto, sin dal 1958, con la sua famosa abiura, ad abbandonare il marxismo. Non rinnegava il proprio passato, ma ne prendeva atto criticamente. Era una differenza sostanziale e Colletti ebbe semplicemente il coraggio, raro nella vita e rarissimo in politica, di riconoscere che la realtà aveva smentito convinzioni nelle quali aveva fortemente creduto.
Pochi intellettuali italiani hanno compiuto una revisione tanto radicale e pubblica delle proprie idee. Lui, il comunista che divenne liberale, non si limitò ad allontanarsi dal marxismo che aveva studiato e insegnato in prestigiose università: ne criticò i fondamenti teorici e ne denunciò le conseguenze storiche con una lucidità scientifica che gli costò isolamento, polemiche e l’accusa di “traditore” da parte del suo ex partito.
La sua forza stava nell’aver saputo pronunciare una delle parole più difficili: ”Mi sbagliavo“. La sua non fu una resa, ma un esercizio di libertà intellettuale, anche perché comprese che il proprio passato non meritava di essere trasformato in un oggetto di venerazione.
Molti altri, invece, seguirono una strada diversa. Cambiarono nome, simbolo e linguaggio, ma conservarono intatto il nucleo emotivo della vecchia appartenenza. Il comunismo cessò di essere una proposta politica e divenne, per una parte della sinistra italiana, soprattutto una nostalgia culturale: non più un progetto per il futuro, ma un rifugio sentimentale, un passato adorato e rimpianto.
È forse questo il tema più interessante del libro di Testa e Velardi. Non perché liquidi l’esperienza del PCI, ma perché invita a distinguere tra memoria e culto. La memoria è un esercizio di verità; il culto, invece, tende a rifiutarlo e a sottrarre il passato al giudizio della Storia. Gli autori rileggono senza indulgenza, con elegante tratto e con una certa ironia anche alcuni dei famigerati miti che hanno accompagnato per decenni la vicenda comunista italiana: la presunta “diversità”, la sedicente “superiorità morale”, la proclamata “coerenza” come qualità’ identitarie. Miti che, nonostante le non poche vicende che li hanno clamorosamente smentiti, continuano talvolta a riemergere nel dibattito pubblico come se appartenessero ancora a un patrimonio incontestabile. Velardi e Testa non cercano attenuanti, ma comprensione; non indulgono nell’autoflagellazione, ma nemmeno nell’autocompiacimento. Ed è proprio questa acquisita serenità di giudizio a rendere il libro interessante anche per chi non abbia mai condiviso quella storia politica.
Rimane, tuttavia, un paradosso sul quale vale la pena riflettere. Le libertà che consentono ancora oggi di guardare con nostalgia, se non quando con rimpianto, all’esperienza comunista sono proprio il prodotto di quell’ordine democratico e liberale che il PCI, soprattutto nei primi decenni della Repubblica, contrastò con determinazione, e in particolare nelle sue principali scelte di politica internazionale. La democrazia liberale ha dimostrato una forza peculiare: garantire piena libertà di espressione anche a chi ne contestava i presupposti. È lecito allora anche domandarsi se un sistema ispirato al modello sovietico avrebbe assicurato la medesima libertà ai propri oppositori. L’esperienza storica induce a una risposta negativa.
Anche il progressivo distacco di Enrico Berlinguer da Mosca, maturato solo negli anni Settanta, confermò indirettamente la vera natura di quel sistema, che peraltro non disdegnava verso gli “eretici” il ricorso a metodi “radicali”. Il misterioso incidente automobilistico del 1973 in Bulgaria, che lo stesso segretario del PCI ritenne tutt’altro che casuale e che diversi studiosi hanno successivamente interpretato come un possibile attentato, contribuì ad accentuare la sua diffidenza verso il blocco sovietico. È uno degli episodi che mostrano come la realtà fosse del tutto diversa dall’immagine idealizzata, coltivata e propagandata per lungo tempo da una parte politica che vagheggiava (però, guardandosi bene dal frequentarlo) il cosiddetto “paradiso sovietico”. Le ceneri, dunque, meritano rispetto, perché appartengono alla nostra storia nazionale, ma non meritano venerazione. Una democrazia matura non vive di miti, ma della capacità di sottoporre anche il proprio passato al sereno vaglio dei fatti.
È questo, in fondo, il merito principale del libro di Testa e Velardi : non assolve e non condanna, ma invita semplicemente a guardare un’esperienza politica decisiva con il distacco che soltanto il tempo rende possibile. La memoria, quando rinuncia al confronto con la realtà, rischia di trasformarsi in mito; e i miti, per loro natura, non chiedono di essere verificati, ma soltanto celebrati. Beninteso, è una tentazione che non risparmia nessuna cultura politica. Nel caso del comunismo italiano, tuttavia, essa si misura con una delle più grandi smentite storiche del Novecento: il rovinoso fallimento del modello sovietico, certificato non dalla propaganda degli avversari, ma dagli eventi.
Per questo il libro merita di essere letto. Non propone abiure rituali né indulge in facili regolamenti di conti, ma chiede soltanto un esercizio di onestà intellettuale: riconoscere ciò che di quell’esperienza ebbe valore civile, sociale e umano, senza rimuoverne gli errori, le contraddizioni e, soprattutto, le illusioni, i falsi miti e le non lievi responsabilità storiche.
È una distinzione che dovrebbe appartenere a ogni autentica cultura democratica. Le tradizioni sopravvivono non quando diventano oggetto di culto, ma quando sanno liberarsi dei propri errori, uscire dalle ombre e trasmettere quanto di meglio hanno saputo esprimere. Tutto il resto appartiene alla Storia. Aveva dunque ragione Mahler: la tradizione non consiste nell’adorare le ceneri, ma nel custodire il fuoco. Del resto, Benedetto Croce lo ha insegnato: la verità non teme mai il giudizio della Storia.
Pasquale Giuliano
Presidente di “Alleanza per l’Italia”
Nelle foto: Pasquale Giuliano ed il libro di Testa e Velardi










