Riceviamo e pubblichiamo
Esistono immagini che raccontano un popolo meglio di mille libri di storia. Una arriva dal Giappone. Finisce una partita di calcio, il fischio finale decreta la vittoria o la sconfitta, ma sugli spalti accade qualcosa che ai nostri occhi ha quasi del soprannaturale: i tifosi tirano fuori i sacchetti, raccolgono cartacce, bottiglie, bicchieri e lasciano gli spalti più puliti di come li hanno trovati. Nessuno glielo impone, nessuno li controlla e nessuno promette uno sconto sulla Tari. Lo fanno perché ritengono che il luogo pubblico sia anche casa loro.
Poi c’è l’altra immagine: la nostra, purtroppo. È notte, un’auto rallenta appena, il finestrino si abbassa, un braccio si allunga fuori e il sacchetto dell’immondizia prende il volo e atterra sul ciglio della strada o all’angolo di una piazza o davanti al muro di qualcun altro. Lo schifoso atleta dell’immondo lancio riparte soddisfatto: missione compiuta.
Benvenuti alle Olimpiadi degli zuzzusi aversani. Una categoria umana che meriterebbe il riconoscimento Unesco, come patrimonio dell’animalità, come minaccia permanente al civismo, all’igiene e al decoro.
Lo zuzzuso è un essere bipolare. A casa sua il pavimento luccica e guai a lasciare una briciola sul tavolo del salotto buono. Poi, però, considera la sua città una gigantesca pattumiera condominiale dove tutto è consentito. Il marciapiede diventa il prolungamento del bidone della cucina, la piazza un deposito temporaneo, la campagna una discarica panoramica.
Ha una logica primitiva, tribale tutta sua: se il sacchetto è fuori casa, il problema è risolto; se è davanti alla casa di un altro è un dettaglio trascurabile.
Lo zuzzuso possiede anche un talento straordinario: l’indignazione selettiva, come le scimmie. È il primo a lamentarsi del degrado e a scrivere sui social: “Che vergogna! Di questo passo, dove andremo a finire?” Magari mentre passa proprio davanti al sacchetto che lui stesso ha abbandonato o lanciato la sera prima. E non manca mai l’alibi, come spesso protestano i subumani decerebrati: «La raccolta è fatta male, i cassonetti sono pieni, passano troppo tardi….»
Curioso. Perché milioni di cittadini, con gli stessi orari, gli stessi cassonetti e gli stessi regolamenti, riescono comunque a conferire i rifiuti senza trasformare le strade in una succursale della discarica.
La verità è molto meno complicata: è un problema di educazione, o, più precisamente, della sua totale assenza. I tifosi giapponesi, dopo aver assistito a una partita, raccolgono perfino la carta lasciata da sconosciuti. Gli zuzzusi, invece, lasciano perfino i propri rifiuti agli sconosciuti.
Poi ci scandalizziamo se i turisti fotografano montagne di sacchetti abbandonati invece dei nostri monumenti. Del resto, anche questa è diventata un’attrazione locale: il “Percorso dell’Immondizia Diffusa”, aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, con installazioni sempre nuove grazie alla fantasia inesauribile degli zuzzusi cercopitechi.
La speranza è che questi ripugnanti campioni dell’inciviltà finalmente trovino un avversario all’altezza: le telecamere, i controlli e le sanzioni. Perché ci sono persone che comprendono il valore del rispetto con l’educazione, e altre che iniziano a capirlo soltanto quando il portafoglio si alleggerisce.
E allora continuiamo pure ad ammirare i tifosi giapponesi. Non perché siano perfetti, ma perché ci ricordano una verità elementare: la civiltà non consiste nei grandi discorsi, nei selfie, nei video sorridenti e beneaguranti ma nei piccoli gesti.
Quanto agli zuzzusi, una sola raccomandazione: la prossima volta che abbassate il finestrino per lanciare un sacchetto, provate a guardarvi nello specchietto retrovisore. Non per controllare se arriva qualcuno, ma per vedere, finalmente, il volto dello schifoso responsabile di quel degrado che ogni giorno fingete di condannare.
Luciano Luciano – Alleanza per l’Italia
Nellea foto: Luciano Luciano










