Tra pochi giorni saremo chiamati a esprimerci su una delle riforme più incisive dell’ordinamento giudiziario repubblicano. Il referendum costituzionale del 22-23 marzo ci chiede di confermare o respingere una legge che modifica profondamente l’assetto della magistratura: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, divisione del Consiglio superiore della magistratura in due organi distinti e introduzione di nuovi meccanismi di selezione e disciplina.
Il dibattito è stato spesso semplificato nella contrapposizione tra “giudice terzo” e “procure onnipotenti”. Ma la posta in gioco è molto più complessa e rischia di produrre effetti profondi, difficilmente reversibili e senza risolvere i problemi reali della giustizia.
Il primo elemento critico è che la separazione delle carriere interviene su una questione strutturale che non coincide con le vere emergenze della giustizia. I cittadini chiedono processi più rapidi, uffici meglio organizzati, certezza dei tempi e decisioni sollecite.
La riforma, invece, modifica soprattutto l’architettura istituzionale della magistratura. Non riduce i tempi dei processi, non aumenta le risorse, non migliora l’organizzazione degli uffici giudiziari. Il pericolo è quindi di aprire una stagione di conflitti istituzionali e riassetti burocratici senza incidere in alcun modo sull’efficienza del sistema. In altre parole: si cambia la Costituzione senza cambiare ciò che davvero rende la giustizia farraginosa, lenta e talvolta anche ingiusta.
Un secondo nodo riguarda l’equilibrio tra poteri dello Stato. I nostri Padri costituenti hanno configurato la magistratura (articoli 101-107 della Costituzione) come un ordine unitario, autonomo e indipendente da ogni altro potere, per garantire l’indipendenza della giurisdizione, l’eguaglianza dei cittadini e per proteggere, in particolare, l’esercizio dell’azione penale da interferenze esterne. Separare le carriere significa stravolgere questa costruzione e creare due corpi distinti con due sistemi di governo autonomi.
I sostenitori del Sì ritengono che la riforma rafforzerebbe la terzietà del giudice. Evidentemente, non temono l’effetto opposto: un pubblico ministero separato e isolato potrebbe risultare più esposto alle pressioni politiche o mediatiche. Non va trascurato che in quasi tutti gli ordinamenti nei quali vige la separazione delle carriere il pubblico ministero dipende, direttamente o indirettamente, dal potere esecutivo, cioè dalla politica. In Italia, invece, si vorrebbe mantenere l’indipendenza formale ma modificare radicalmente l’equilibrio interno. Il risultato rischia di essere un sistema ibrido e istituzionalmente fragile.
Con la creazione di un corpo separato dei pubblici ministeri – in questa previsione, molti li hanno immaginati e definiti come “superpoliziotti”- si rischia di accentuare la dimensione accusatoria della funzione requirente. Il pubblico ministero verrebbe ad essere percepito non più come organo di giustizia tenuto a ricercare anche elementi favorevoli all’imputato, ma come un accusatore istituzionalmente orientato alla condanna. Paradossalmente, in una sorta di eterogenesi dei fini, si rafforzerebbe proprio ciò che oggi molti criticano: la cosiddetta “tirannia delle procure”.
La riforma prevede anche la divisione del CSM in due consigli distinti e l’introduzione di forme di sorteggio per limitare il potere delle correnti. L’obiettivo dichiarato è ridurre il peso delle correnti all’interno della magistratura. Ma sostituire la rappresentanza con il sorteggio rischia di creare un altro paradosso: combattere la politicizzazione affidandosi… alla sorte, e non ad una rappresentanza democraticamente eletta. È una soluzione suggestiva sul piano simbolico, ma del tutto anomala sul piano istituzionale. Il problema delle correnti non si risolve con la lotteria o affidandosi alla dea bendata, bensì – semmai – con interventi di legislazione ordinaria mirati, come una riforma della legge elettorale del Csm.
C’è poi una questione di metodo. La riforma è stata approvata dal Parlamento nel segno di una divisione politica profonda. Le riforme costituzionali più solide e durature sono quelle costruite su un largo accordo tra le forze politiche. L’esempio più nobile è proprio il clima di confronto e condivisione che portò alla nascita della Costituzione repubblicana. Quando una maggioranza modifica da sola l’equilibrio tra poteri dello Stato, il rischio è che la Costituzione diventi terreno di scontro anziché, come dovrebbe essere, di convergenza. Basti ricordare come precedente problematico, la riforma del titolo V della Costituzione del 2001: approvata da un solo schieramento politico con una maggioranza di meno di dieci voti, ha prodotto negli anni numerosi conflitti istituzionali tra Stato e Regioni, riconosciuti oggi da molti osservatori e dagli stessi protagonisti politici dell’epoca.
Il punto decisivo è forse un altro. La crisi della giustizia italiana non nasce dalla mancanza di separazione delle carriere. Nasce da problemi più profonda: organizzativi, di risorse, di modernizzazione. Cambiare l’architettura costituzionale senza affrontare queste radici con gli strumenti ordinari della legislazione rischia di produrre una riforma soprattutto simbolica, capace solo di alimentare conflitti ma non di migliorare realmente il funzionamento della giustizia.
Infine, dall’acceso e spesso aspro dibattito in corso emerge talvolta la sensazione che alla riforma non siano estranei intenti “punitivi” nei confronti della magistratura , oltre a finalità di scontro politico; componenti che dovrebbero essere estranee a una discussione istituzionale su un tema tanto delicato quanto la modifica della Carta fondamentale.
Per tutte queste ragioni, il No non è una opzione conservatrice. E’ un voto meditato, prudente e motivato. Un voto che afferma una convinzione semplice: la giustizia italiana ha bisogno di riforme urgenti e serie, ma queste si affrontano e si realizzano attraverso interventi legislativi concreti e ben mirati, non attraverso impervie scorciatoie costituzionali che rischiano di alterare equilibri delicati senza risolvere i problemi reali del sistema.
Pasquale Giuliano
Nella foto: Pasquale Giuliano










